1959. La nouvelle vague impazza a Parigi e i primi film girati dai suoi esponenti François Truffaut e Claude Chabrol raccolgono un plauso unanime. Manca solo a Jean-Luc Godard di passare dietro la macchina da presa. Si convince a farlo e nascerà Fino all'ultimo respiro, film-simbolo della nouvelle vague, destinato a cambiare per sempre la storia del cinema.
Chi pensa che Richard Linklater sia solo un regista texano con un penchant per il romanticismo avrà modo di ricredersi con questo appassionato omaggio a un momento-chiave della storia del cinema. La cinefilia di Linklater, onnivora e maniacale, è stata la spinta primigenia del suo debutto da regista indipendente, e il nostro se ne ricorda nel ritratto di un altro esordio, quello prototipale e indimenticabile di Godard.
Girando per la prima volta in francese e con un cast quasi interamente transalpino, Linklater si dimostra a suo agio nel vestire i panni del narratore asettico, interessato innanzitutto a intrattenere, con garbo e humour, senza mai pontificare. La ricostruzione dell'atmosfera di quegli anni è meticolosa e irripetibile, rispettosa della materia trattata ma umile nell'approccio, senza voler inseguire discorsi concettuali o sperimentalismi, come sarebbe potuto avvenire nelle mani di uno dei molti emuli di Godard, che del maestro hanno ereditato solo l'egocentrismo.
Linklater racconta una storia esemplare nel più naturale dei modi possibili, senza inseguire cerebralismi o sperimentazioni, cercando di cogliere quella leggerezza di spirito che era propria della nouvelle vague. E il far sembrare questa operazione più semplice di ciò che non sia è indice della grandezza del narratore. (Emanuele Sacchi, MyMovies)
4 premi Cesar (miglior regia, fotografia, montaggio, costumi)



