Risvegliatosi dopo un lungo coma farmacologico a bordo di un’astronave, un uomo tenta di ricostruire la propria identità e il motivo della sua presenza nello spazio. Si chiama Ryland Grace (Ryan Gosling): oggi è un insegnante di scienze in una scuola media, ma in passato era un ricercatore universitario di biologia. Le sue teorie non convenzionali sulle possibili forme di vita alternative, considerate troppo speculative dall’ambiente accademico, lo hanno progressivamente isolato fino a costringerlo ad abbandonare la carriera scientifica. Quando però il Sole inizia a perdere energia a un ritmo allarmante - a causa di misteriosi microrganismi extraterrestri chiamati astrofagi - proprio quelle idee controcorrente attirano l’attenzione di Eva Stratt (Sandra Hüller). A capo di un’unità di crisi internazionale incaricata di prevenire una futura glaciazione globale, Stratt recluta Ryland e gli offre l’occasione di studiare da vicino gli astrofagi, intuendo che la sua prospettiva non ortodossa potrebbe rivelarsi decisiva. La soluzione porta alla progettazione di una missione disperata: un viaggio verso l’unica stella vicina che, inspiegabilmente, non viene prosciugata da queste creature. Ryland viene quindi scelto come astronauta scientifico della spedizione. Quando però si risveglia dal coma indotto necessario per il viaggio, scopre di essere l’unico sopravvissuto dell’equipaggio. Una volta raggiunta la destinazione, tuttavia, non sarà completamente solo: incontrerà infatti Rocky, un extraterrestre arrivato con un obiettivo identico al suo: trovare una soluzione alla minaccia degli astrofagi e salvare il proprio pianeta.
Ryan Gosling è al centro di quasi ogni scena e può sfoggiare sia il suo charme da star hollywoodiana, sia la sua passione per la commedia fisica. Il film non rinuncia infatti a momenti di slapstick, soprattutto nelle sequenze in assenza di gravità, che si distinguono dal tipico fluttuare asettico di molte opere fantascientifiche contemporanee. A rendere queste scene più tangibili contribuisce l’approccio realizzativo: gli ambienti dell’astronave sono stati infatti integralmente ricostruiti in studio, senza ricorrere alle tradizionali riprese su green screen. La produzione ha invece utilizzato un grande teatro di posa con schermi LCD e un sistema di illuminazione dinamica che interagiva direttamente con l’attore, riducendo la dipendenza dalla sola postproduzione. Anche l’alieno Rocky segue questa filosofia di concretezza visiva: è una creatura principalmente analogica, realizzata come animatronic e manovrata da marionettisti, poi solo rifinita digitalmente in CGI. Un partner quindi fisicamente presente sul set, che contribuisce a rendere più credibile e coinvolgente il rapporto tra i due protagonisti. Proprio la dinamica tra Ryland e l’enigmatico alieno diventa il cuore della seconda parte del film, trasformando il racconto in una storia di cooperazione tra specie diverse, ma unite dalla stessa necessità di sopravvivere - e dalla possibilità che, anche nello spazio più remoto, la collaborazione resti la risorsa più preziosa.



