Napoli, 1983. A causa del bradisismo, il carcere femminile di Pozzuoli viene dichiarato inagibile e le detenute vengono trasferite in diverse strutture penitenziarie della regione. Alcune vengono ospitate temporaneamente a Nisida, nell’istituto minorile dell’isola, luogo già segnato da una condizione di confine: il mare intorno, l’orizzonte vicino e inaccessibile, la giovinezza costretta entro il ritmo chiuso della pena. L’arrivo delle donne altera gli equilibri dell’istituto. Gli spazi si fanno più tesi, i ragazzi più inquieti, il desiderio più scoperto. Tra le detenute c’è Beatrice, vedova di un camorrista e madre segnata da un lutto irreparabile, che attira l’attenzione di Emanuele, giovane recluso vicino alla fine della pena. Il loro legame introduce una zona di rischio, dove il bisogno di contatto e la fame di vita si confondono con l’impossibilità di respirare davvero fuori dalle regole del carcere. In quegli stessi anni Eduardo De Filippo, da poco nominato senatore a vita, sceglie di impegnarsi personalmente con i ragazzi di Nisida. Fa ristrutturare il teatro interno, sostiene una scuola di scenotecnica e recitazione, affida agli attori della sua compagnia la preparazione di uno spettacolo. Il palcoscenico diventa così molto più di un diversivo: una disciplina, un esercizio di ascolto, un luogo in cui i corpi reclusi possono misurarsi con la voce, il tempo, l’entrata in scena, la presenza dell’altro.
La salita racconta l’incontro tra detenzione e teatro, tra colpa e desiderio di forma, tra la realtà dura dell’istituzione penale e l’ostinazione di chi crede ancora nella forza civile dell’arte. Attraverso Eduardo, il film restituisce una vicenda poco nota e insieme profondamente necessaria: la cultura come atto, la bellezza come responsabilità, il palcoscenico come spazio fragile in cui una vita può, almeno per un istante, non coincidere più soltanto con il proprio errore. (Francesco Puma, Quinlan)


